PIANO SEQUENZA
Ci siamo. Di nuovo al buio, e questa volta con il collo che mi fa male. Farley ci ha messo troppa energia. Precedentemente c’era andato più leggero nel tirare. Era stato più abile nella finzione.
La scomodità della posizione fetale è invece sempre la stessa, con le gambe piegate, le ginocchia che puntellano da un lato e le suole dei mocassini dall’altro. Le braccia sono di troppo, e soprattutto quello sinistro, su cui grava tutto il peso del busto.
Prima di ricominciare ho chiesto se fosse possibile avere un cuscino da mettere sotto la testa. Cuscini a disposizione lì intorno non ce n’erano, e nessuno è sembrato disposto a prendersi l’incomodo di andare a procurarsene uno. C’era qualcosa in quel rifiuto che andava ben oltre il convulso daffare in cui tutti quanti si sono precipitati per poter riprendere il prima possibile. D’altra parte, la dice lunga il fatto che abbia dovuto chiederlo io, e che nessuno ci avesse pensato. Un morto non ha bisogno di stare comodo.
Alla fine Morris Rosen si è sfilato il maglione, con una singolare abilità, continuando a reggere la sua tazza di caffè, e lo ha sistemato lì dove sarebbe servito. “Si muore di caldo qui dentro, spicciamoci” è stato quanto di meglio gli sia riuscito nel replicare alla mia gratitudine.
Così adesso il sapone da bucato usato da Morris si mescola all’odore pesante del mogano verniciato, e devo sorbirmeli entrambi senza protestare.
Avrei dovuto dirlo che non me la sentivo, che chiamassero qualcun altro. Doveva essere la prima cosa da fare stamattina, senza pensarci troppo, assecondando i confusi suggerimenti di una nottata d’albergo con pochissimi singhiozzi di sonno, che all’alba, poi, quando ero già alla terza sigaretta, si sono ricomposti in un unico chiaro presentimento.
Però mandare tutto all’aria non era più possibile. Troppo tardi. Non che potessero costringermi, questo no, ma in fin dei conti ci avrei guadagnato soltanto un mucchio di guai, senza affrontare il nemico vero. E allora avanti con un ultimo sforzo, e poi sarà finita per sempre.
Non saprei spiegare bene che cosa mi sia successo, né quando precisamente il giocattolo si sia rotto. Deve esserci stata qui dentro una molla tirata per troppo tempo, forse già fragile in partenza e inadatta allo scopo, che infine non ha retto più alla tensione, mandando il meccanismo in malora, graffiandomi con i frammenti di un’ambizione che devo riconoscere sbagliata, del tutto evanescente, ma da cui ancora fatico a liberarmi, se devo essere onesto
Non mi era sembrata sbagliata, per dio, tantomeno evanescente (eppure per forza già doveva esserlo), quando a settembre Harry mi aveva telefonato per darmi la notizia, congratulandosi con la sua solita divagante loquacità, che come sempre mi lasciava col dubbio di non aver capito bene il vero significato delle sue parole. Ricordo perfettamente lo spasimo di quei pochi attimi di silenzio alla cornetta fra la sua lunga tirata e la mia domanda; una manciata di secondi durante i quali avevo creduto che ce l’avessi fatta, che fosse finalmente arrivata la mia grande occasione. Che idiozia. Che grossolana illusione.
La verità è che non ce la farò. Non sono destinato ad arrivare. Adesso lo so, lo sento con una tale sconosciuta e disarmante nitidezza, che separarmi alla fine dalla puerile ostinazione che ero riuscito quasi a trasformare nella necessità fondante della mia stessa esistenza non mi fa né caldo né freddo. Non posso, e soprattutto non voglio più, nasconderlo. Ho fallito. La delusione ha agito come un veleno versato nelle mie vene dalle speranze disattese, col risultato di corrompere senza più rimedio quello stesso sogno di gloria dal quale scaturiva. Voglio dire che il fiele con cui ho irrorato le mie speranze ha finito col guastarle alla radice, le ha marcite, e piuttosto che attirarmi a sé, come facevano un tempo, adesso addirittura mi ripugnano.
Vorrei alzarmi e fuggire, ora, mentre le mani di Farley armeggiano con violenza sulla toppa, e i colpi rimbombano rapidi e violenti nell’oppressione nullificante della mia bara. Sono trascorsi circa tre minuti. Ce ne vorranno ancora altri sei.
Mi dispiace che James non ci sia stamattina. È l’unica persona, a parte Joan, ovviamente, con cui mi sia riuscito di scambiare due parole da quando abbiamo iniziato. Si ricordava di me dai tempi di Un sacco d’oro, e la cosa mi ha veramente sorpreso, dal momento che sono passati circa sette anni. Qualche giorno fa abbiamo fumato insieme una sigaretta, riparati sotto un’arcata della caffetteria, mentre veniva giù il primo acquazzone dell’anno. Mi ha chiesto di Glenn, e di cosa ne pensassi della sua scomparsa. Lui non crede alla conclusione del fuoco amico, e voleva la mia opinione. Probabile che James abbia pensato, di fronte al mio laconico alternare di “Può darsi” e “Non lo so”, che mi facesse male tornare con la mente a quel tragico episodio, e dopo un po’ si è premurato di parlare d’altro. Non rammento di avergli mai raccontato dei miei rapporti con Glenn, ma deve essere andata per forza così, poiché è impossibile che James, come chiunque altro, conosca i dettagli di una parentesi oscura e travagliata della storia di Glenn a cui ho partecipato, e di cui non è rimasta praticamente traccia.
Un sacco d’oro risale al 1941. A quel tempo io credevo di navigare col vento in poppa e perciò, sebbene non lo ricordi, presumo di aver dato fiato alle trombe, e James deve aver sentito la voce del mio orgoglio sproloquiare in termini di arrogante indifferenza per lo straordinario successo che la Miller Orchestra era riuscita a ottenere in così pochi anni. Il fatto è che io, sul finire del ‘37, credevo di saperla lunga, e mi ero convinto che proseguire su quella strada sarebbe stata solo una perdita di tempo. Le cose andavano effettivamente male; dopo l’ultima serata nel Connecticut Glenn decise di mandare tutti a casa e di ricominciare da capo. Avrei potuto propormi di seguirlo a New York, e credo che avrebbe accettato, poiché mi aveva fatto capire che il problema non era la mia voce. Invece mollai, sicuro di poter aspirare a qualcosa di più.
Non credevo che Glenn avesse la carte in regola per sfondare. Ed ecco che dopo poco più di un anno, nell’aprile del ’39, spostandosi da una stazione all’altra, in radio non c’è che Moonlight Serenade, e da quel momento Glenn non ne ha sbagliata più una; mentre io sono rimasto a guardare le vetrine dei negozi di dischi riempirsi delle sue copertine, rimuginando su quello scellerato pronostico partorito dalla mia presunzione, su quel fallimento originario che ha inaugurato la mia stagione di mediocrità, di attesa, di rancori. Ho rivisto Glenn nel ’42, durante la lavorazione di Voglio essere più amata, e quella è stata l’ultima volta. La mia era poco più di una comparsata. Non ho avuto il coraggio di affrontarlo. Ho evitato che potesse avvicinarmi, se mai ne avesse avuto voglia, dileguandomi alla prima occasione.
Ora John e Farley si sono spostati in cucina; non sento più le loro voci. Da un momento all’altro vedrò uno spiraglio di luce: eccolo, puntuale. Non so a chi appartenga la mano questa volta; forse è di nuovo Harold: sistema la corda in direzione della mia testa, senza far rumore, e richiude. Non ho capito bene cosa sia successo prima; ho solo sentito le urla. Poi qualcuno ha aperto, e la foresta di lampade lassù mi ha accecato. Pare che Harold sia rimasto incantato qui affianco a guardarsi le scarpe nuove; quando si è accorto dell’errore era già troppo tardi, e abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo.
Stamattina ho incrociato Joan al parcheggio, ma non sarebbe venuta qui. Sembrava ancora più piccola al volante della sua Kaiser azzurra. Ho aspettato che scendesse dall’automobile per salutarla. Indossava un cappotto grigio scuro con una vaporosa striscia di pelliccia al collo, e l’acconciatura tirata indietro era impeccabile come sempre. Mi ha dato un bacio, augurandomi in bocca al lupo. Per un attimo la sua naturale vivacità e la sua gentilezza mi hanno quasi contagiato, e ho avuto la sensazione che oggi magari poteva essere davvero una buona giornata. Ma subito dopo ha sferrato il colpo mortale, naturalmente senza rendersene conto, poiché Joan non sa il peso che mi porto dentro. In fondo per lei non fa nessuna differenza, ma per me è un altro paio di maniche. Quel mezzo minuto seduto al suo fianco su una panchina era la mia ultima spiaggia, l’ultimo appiglio al quale aggrapparmi per non andare giù definitivamente.
E invece la scena dell’appuntamento iniziale non sarà montata. Questo mi ha detto Joan, come un inciso trascurabile fra “Hai un po’ di borse sotto gli occhi, fallo presente quando sei al trucco” e “Ci vediamo magari dopo per pranzo”; come un divertito commento alle stravaganze di questo nostro lavoro: “Oggi sì domani no dopodomani chissà, bravo chi li capisce”. Suppongo pensasse che io già lo sapessi, ma io non lo sapevo, e non credo di essere stato abbastanza bravo nel nasconderlo. La sua allegra bellezza si è fatta improvvisamente seria, prima di indossare un’orribile maschera di imbarazzo, “Non te la prendere Dick” mi ha sussurrato; e a ripensarci, adesso, non so cosa mi abbia fatto più male in quel momento, se il taglio della scena, o quella sua espressione di compassionevole simpatia che mi umiliava oltre ogni tollerabile misura, o forse proprio il fatto che tutti ne fossero informati, tranne me.
Eppure mi sembra che al Central Park sia venuto fuori un buon lavoro, e non capisco perché non debba essere usato. Non fosse altro che per giustificare i costi e lo scomodo della trasferta. Per me è stata la prima volta a New York. Nell’unico pomeriggio a disposizione, prima di ritornare in California, me ne sono andato un po’ in giro, e mi è piaciuta molto. Sarebbe stato ancora più bello se Joan fosse venuta con me, ma il caso ha voluto che proprio in quei giorni una sua cara amica avesse lasciato la Pennsylvania per stabilirsi a Brooklyn, e lei ha preferito andare a farle visita.
La mattina, quando abbiamo girato, faceva freddo, ma c’era un bel sole. In verità, sotto l’ombra delle querce il vento si faceva sentire, e si doveva stare senza soprabito, dal momento che il copione diceva pomeriggio di primavera. Fra i piccioni che saltellavano intorno e la schiera di biciclette parcheggiate di fronte, con il mio libro in mano e Joan seduta al mio fianco, credo di aver fatto bene, e di aver mostrato a tutti di cosa sarei capace, se solo me ne dessero l’occasione. Non posso pensare che questa decisione di cestinare la scena dipenda dalla mia prestazione. Ma se anche fosse così, arrivati a questo punto, la cosa non ha più nessuna importanza. Le labbra di Joan avevano un buon sapore, come di arancia dolce. Le ho baciate due volte, e la seconda lei ha chiuso gli occhi.
Il tempo sembra non passare più. John ha sistemato i candelabri, due piccoli rumori sordi sopra la mia testa. Manca davvero poco ormai, e sarà tutto finito. Tutto intendo. Se non posso essere qualcuno, meglio non essere niente, e darci un taglio. Non dovevano eliminarla quella del Central Park. Non mi hanno lasciato neanche tenere gli occhi aperti all’inizio di quest’altra scena: ero già morto quando abbiamo cominciato.
Ma tanto è finita, e posso tornarmene a casa, lontano dalle mille luci che non mi hanno mai illuminato, lontano da questo banchetto di cui posso soltanto ammirare l’opulenza senza poter toccare nulla, soltanto inebriarmi e soffrire per un profumo che non diventerà mai sapore per il mio palato. Appena qualche briciola ogni tanto, ma non mi basta.
Ecco, questo è il rumore dei piatti. I nove minuti sono trascorsi. Ancora qualche secondo per terminare il raccordo. È finita. Adesso aprono. Posso uscire. Posso tornarmene a Little Rock.
*
L’Arkansas e il tempo scorrevano talmente lenti da sembrare entrambi immobili, e si aveva l’impressione che quei pochi minuti che mancavano a mezzogiorno dovessero durare per sempre. Il sobborgo di Riverdale si rispecchiava nelle acque opache del fiume con una certa ritrosia, quasi a voler nascondere il proprio volto stropicciato da un’invincibile sonnolenza, replicando all’assillo zenitale del sole con i sinuosi riflessi di carrozzerie arroventate che procedevano sporadiche e svogliate sull’asfalto bollente, o con l’improvviso lampo abbacinante di una finestra aperta a sfiatare il boccheggio di una camera da letto sprovvista di condizionatore.
Nella soffocante estate del ’54 ogni cosa sembrava atrofizzata. Grassi fuchi dormivano beatamente sazi fra i petali orlati di fuoco dei tageti nelle aiuole spartitraffico lungo Riverfront Drive. Una scia speziata di salsicce grigliate s’era riversata da una veranda nello scintillio dell’aria immobile, e non c’era un alito di vento che potesse spingerla oltre. La corriera per Nashville sostava disabitata col motore acceso: la vibrazione del diesel disegnava brevissime rapsodie di luce sui pentagrammi ondulati delle fiancate a lamiera, mentre la testa barcollante del conducente, assopito sul volante, assecondava involontariamente l’impercettibile ritmo.
Anche le pale dell’unico ventilatore a parete nell’ufficio su strada della Hogan Insurances, al numero 1020 di Brookwood Drive, mulinavano con un non so che di riluttante, come consapevoli dell’inutile fatica di spostare aria calda. In maniche di camicia, la fronte madida di sudore, il signor Hogan sedeva alla scrivania con la testa chinata sulle carte da sistemare e spillare. Questo era un lavoro normalmente affidato alle mani svelte e precise della sua segretaria, ma Elizabeth era in ferie, in qualche albergo alla buona sulla costa ventosa del South Carolina, e ci sarebbe rimasta per un’altra settimana ancora. Doveva fare tutto da solo nel frattempo.
Di fronte a lui, dall’altro lato del tavolo, c’era un uomo che negli ultimi cinque minuti aveva dato segno di interessarsi sempre meno alla polizza da sottoscrivere per il nuovo furgone di cui la sua ditta di trasporti si era appena dotata, concentrandosi invece sulla figura del signor Hogan, producendosi in continui e brevi spostamenti sulla sedia, come alla ricerca di un nuovo punto di vista che avesse potuto rivelargli il dettaglio mancante all’oggetto ancora indistinto della sua curiosità.
Terminata la revisione dell’ultima clausola, il signor Hogan sollevò finalmente lo sguardo sul cliente, per sorridergli con la rassicurante affabilità che il suo mestiere imponeva, ma si accorse subito che l’espressione vagamente ottusa dell’uomo che aveva di fronte era cambiata. Gli occhi pingui si erano come irrigiditi per uno sforzo mentale eccessivo; le labbra si schiusero su una malandata dentatura ingiallita. L’uomo rimase così immobile per qualche secondo, a riempirsi la bocca di aria bollente in una smorfia di meraviglia. Quindi sollevò un braccio e fece schioccare le dita, puntando l’indice verso il signor Hogan.
«Jimmy Stewart!» esclamò, senza aggiungere altro, come se quelle due parole fossero la chiave dell’enigma, e bastassero a spiegare ogni cosa. Il signor Hogan non aveva più sentito pronunciare quel nome dal febbraio 1948, e lo straordinario effetto che ne trasse fu di gelare nell’arsura in cui tutta Little Rock stava in quelle ore soffocando.
«Ho ragione, vero?» proseguì l’uomo, ripresosi dalla folgorazione iniziale. «Lei era in quel film con Jimmy Stewart! Faceva il morto, certo! Com’era il nome, aspetti…».
«Nodo alla gola» disse seccamente il signor Hogan, ritornando a occuparsi della polizza.
«No, no… Dico il morto, lì… Il suo personaggio…» incalzò l’altro.
Il signor Hogan guardò il cliente, ed ebbe voglia di prenderlo a calci e di buttarlo fuori dall’ufficio. Ma le concilianti abitudini dell’agente assicurativo avevano ormai da tempo preso il sopravvento sugli scatti di orgoglio ferito del divo che non fu, per cui alla fine si decise a riesumare per un attimo la memoria di David Kentley, che aveva abbandonato otto anni fa, con una corda stretta intorno al collo, in una cassapanca di mogano verniciato al numero 4000 di Warner Boulevard, Burbank, California.
«David, sicuro! David Kentley!» fece l’uomo, felicemente appagato. «Gran bel film, accidenti. Di qualche anno fa, vero? L’abbiamo visto la settimana scorsa al Pulaski, io e mia moglie. Però lei non è cambiato molto, sa? E poi ha una faccia che si ricorda…». Fece una breve pausa, assumendo un’aria di confidenza del tutto fuori luogo. «Scusi la domanda» aggiunse. «Ma che ci fa lei qui? L’ufficio, voglio dire… Non fa più film?».
«No».
«Accidenti, e come mai? È un peccato…».
«Può darsi» l’interruppe il signor Hogan. «Comunque, se non le spiace, dovrebbe mettere qualche firma adesso. Ho un appuntamento a Sherwood tra meno di mezz’ora, e non vorrei fare tardi».
«Certo, certo» disse l’uomo, raccogliendo la penna che il signor Hogan gli stava già offrendo. «Ci mancherebbe altro. Mi dica dove». Si accostò alla scrivania e tirò a sé i fogli del contratto. «Sono cinque in tutto» gli spiegò il signor Hogan. «Le ho indicato con una croce le parti dove firmare».
L’uomo cominciò a scrivere, ma si fermò subito, prima ancora di aver completato la prima delle cinque, sollevando contemporaneamente lo sguardo e la punta della stilografica. «Le firmerà anche lei queste carte, vero?».
Il signor Hogan non si era mai sentito rivolgere una domanda più stupida. «Naturalmente» rispose.
«No, sa…» chiarì l’uomo. «È che stasera, quando lo racconto a mia moglie… E poi le faccio vedere il suo autografo… Lei va pazza per tutta questa storia dei film, capisce?».
Qualche minuto dopo, il signor Hogan accompagnò il cliente alla porta, aspettando sulla soglia che questi si allontanasse. Quindi richiuse e si avviò lentamente verso la parete opposta, in uno stato di tale smarrimento che il consueto tragitto fino al distributore d’acqua gli parve l’estenuante traversata di uno spazio ignoto e minaccioso, e che le piastrelle surriscaldate sotto i suoi piedi celassero un abisso in cui sarebbe potuto sprofondare da un momento all’altro. Si riempì un bicchiere per mitigare l’arsura e calmare i nervi. La plastica azzurra del serbatoio scottava. Il sistema di raffreddamento perdeva colpi, e quel liquido tiepido giù per l’esofago non gli diede alcun beneficio.
Tornato alla scrivania, frugò nel disordine dei cassetti alla ricerca di un nuovo pacchetto di sigarette. Aveva un disperato bisogno di fumare. Una boccata o due, e forse avrebbe potuto ricucire la maschera col colletto bianco e la cravatta che tanto faticosamente aveva fabbricato nel corso degli anni. Ci si era dedicato con tutto se stesso, allenandosi all’amnesia, ostinandosi nella negazione più assoluta del passato, fino quasi a convincersi di non aver mai lasciato Little Rock in vita sua, nella sua vita felice e tranquilla di assicuratore, e che il cinema in fin dei conti è solamente una spudorata finzione.
Improvvisamente sentì qualcuno che bussava contro il vetro. Sollevò lo sguardo e vide che l’uomo era tornato indietro, e se ne stava lì fuori a sbracciarsi. «Dia retta a me, che di affari ne capisco» urlò, per farsi sentire dal signor Hogan. «Vedrebbe quanti clienti! Dovrebbe scriverlo sull’insegna qui fuori che lei è stato un divo di Hollywood!».
«Vedi» dice John Dall, con le mani in tasca e parlando con la sigaretta fra le labbra, dopo aver rimosso le impronte digitali di David Kentley dal bicchiere di cristallo, e messosi al fianco di Farley Granger a osservare la cassapanca in cui hanno nascosto il cadavere. «I Dick Hogan di questo mondo non fanno che occupare spazio. Date le circostanze, è meglio che sia toccata a lui, piuttosto che a noi».
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