PERSONA DA PORLOCK

 

Le cose sono andate così: io brigo, mi faccio in quattro, smuovo mari e monti, chiedo a destra e a sinistra, e tutto questo solo per la sua bella faccia, la chiacchiera non gli mancava per la miseria, e nemmeno i modi da gentiluomo, uno che non hai mai visto prima in vita tua e che ti paga il pranzo e pure quattro cinque bicchierini appresso, ci sono cascato come un pollo, facevo meglio a non mettermi in mezzo. Io campo del mio lavoro, mi arrangio come posso, certe fregature mi mandano in bestia, speravo di farci un po’ di grana, e invece ci ho guadagnato soltanto questa reputazione che devo aspettare il Giorno del Giudizio per togliermela di dosso.
Comunque sia, la mattina dopo averlo incontrato alla locanda di Emily Murray mi metto subito in moto per procurargli quello che mi aveva chiesto, galoppo in lungo e largo attraverso l’Exmoor, arrivo a Minehead, passo per Selworthy, Horner, Luccom­be, mi spingo fino a Wotton Courtney, poi faccio marcia indietro verso Allerford, Doverhay, Bossington, giuro che quella povera bestia del mio cavallo non ce la faceva più.
Vado da Saunders, niente. Provo con Turner, niente nemmeno lui. A un certo punto penso che sarebbe meglio lasciare perdere, la cosa è più complicata di quanto avessi previsto, ero stanco morto, non avevo messo una sola briciola di pane nello stomaco per tutto il giorno, era calata la notte e non si vedeva più un tubo, inoltre aveva preso a piovere che mi pareva il diluvio universale, roba da non credere, allora faccio un ultimo tentativo ritornando a Porlock, busso alla porta di Barrett, gli dico senti, c’è questo tipo che mi sta cercando una dozzina di bottiglie della Hodgson’s Pale Ale, non è di queste parti, l’ho incrociato per caso ieri nel pomeriggio dalla Murray, è in viaggio da Lynton diretto a Nether Stowey, lungo il tragitto non so quale accidenti gli abbia preso comunque si è sentito male e adesso si è sistemato in una casa dalle parti di Culbone in attesa di rimettersi, vorrebbe un po’ di questa birra, proprio questa, capisci, un’altra non gli va bene, è di gusti difficili il signorino, gli ho detto che me ne sarei interessato ma con il mio tornaconto naturalmente, che resti fra noi gli faccio il doppio se non il triplo del prezzo per ogni bottiglia se ne trovo, tanto non mi sembra il tipo che si conta gli scellini in tasca, il guaio è che non ne trovo maledizione, se non è iella questa dico io, quest’occasione non me la voglio perdere, perciò vedi un po’ se riesci ad aiutarmi vecchio mio, in fondo ci vai bene anche tu, sono tempi duri, diamoci una mano, sai che le cose ultimamente non mi vanno granché, eccetera eccetera.
Un colpo di fortuna, Barrett aveva in cantina quello che stavo cercando, però mi dice che per concludere l’affare devo ritornare la mattina dopo, è tardi e vuole andarsi a coricare che il cielo lo strafulmini, quel figlio di una cagna rognosa avrebbe potuto invitarmi a mangiare un boccone prima di darmi il ben servito, aveva visto in che stato mi trovavo porco giuda, fradicio e inzaccherato che facevo schifo, non mi reggevo in piedi, e pensare che sul tavolo alle sue spalle c’era mezzo arrosto ancora da spolpare e un mucchio alto così di fette di prosciutto, si tratta bene il maledetto, invece richiudendo la porta mi ha solo raccomandato di portare i soldi, la ditta non fa credito e vieni bello carico amico mio, mi ha sghignazzato in faccia col suo alito puzzolente di cipolla, la Hodgson’s è roba di classe e costa cara, mica quel piscio che si beve dalla Murray, tanti saluti e nemmeno un filo di biada per il mio cavallo, che il diavolo se lo porti.
Torno da Barrett il giorno dopo, ho ancora i brividi per tutta l’acqua e il freddo che mi sono preso, almeno è una bella giornata, quasi non sembra d’essere in autunno, nell’aria mi pare di respirare il profumo del mare che arriva dal Canale di Bristol, forza che oggi non è come ieri, mi dico, vedrai che oggi ti gira bene, però a quella sanguisuga di Barrett, oltre a dover aspettare i suoi porci comodi e così mi fa perdere un sacco di tempo, gli devo pure sborsare un bel po’ di quattrini, nemmeno mi stesse vendendo dodici bottiglie di oro colato, che tu possa finire sulla forca, inutile cercare di tirare sul prezzo, mi hai alleggerito per benino carogna che non sei altro, del resto quello che mi hai spillato me lo riprendo con gli interessi fra un paio d’ore al massimo, quello che costa costa sono i patti, il cielo m’è testimone, questo punto l’ho chiarito che meglio non si poteva, quindi forza e coraggio.
Il carico me lo sistemo con cura nelle due tracolle di cuoio che ho attaccato al cavallo e parto spedito alla volta di Culbone, conosco bene la zona e nel giro di un’ora intravedo già i tetti spioventi di Ash Farm che sbucano all’orizzonte fra le ondulazioni dei campi, imbocco il sentiero sulla destra che conduce verso le costruzioni in pietra, smonto nel piccolo slargo fiorito davanti all’edificio principale e busso al portone, intanto mi guardo intorno e non mi piace, il posto sembra deserto, pieno di fiori e un esercito di api che ronzano da tutte le parti, aspetto mentre mi ripulisco della polvere che mi ricopre la giacca e i pantaloni, nessuno viene ad aprire e allora mi avventuro nel cortile interno attraverso un passaggio laterale, ma pure qui segni di vita zero, solo ciarpame accumulato alla rinfusa contro i muri, arnesi da lavoro in disuso pezzi di corda e casse rovesciate un po’ dovunque, chiamo ad alta voce per attirare l’attenzione di qualcuno, niente da fare, torno indietro e busso di nuovo al portone e finalmente dopo un paio di minuti appare sulla soglia il mio caro gentiluomo, Dio sia lodato, però non mi sembra in gran forma, mi osserva con lo sguardo mezzo inebetito come di uno che si è appena preso una legnata sul cranio, in ogni caso gli porgo i miei rispetti, lui mi domanda chi sono e che cosa desidero, io proprio non sono in vena di scherzi con tutto quello che mi c’è voluto per arrivare fin qui, quindi senza tirarla troppo per le lunghe gli ricordo che appena due giorni fa c’eravamo messi d’accordo per un affare, lo informo che sono riuscito a procurarmi quello che mi aveva chiesto, chiesto cosa? fa lui, ho l’onore di conoscervi, signore?, e via di seguito tutta una serie di menate che in poche parole significa che devo averlo preso per qualcun’altro, che lui non ha la più pallida idea di che cosa sto dicendo e che perciò avessi la bontà d’animo di lasciarlo in pace che ha una faccenda importare da sbrigare, lasciarti in pace un fico secco caro mio, comincio a innervosirmi, gli dico che non ho fatto tutta quella strada per farmi prendere per i fondelli, la parola di un gentiluomo varrà pure qualcosa per la miseria, se è questione di prezzo lo dica chiaro e tondo che magari possiamo metterci d’accordo, ma che mi venga un colpo se me ne vado a mani vuote, ho qui con me le dodici bottiglie gli dico indicando il cavallo alle mie spalle, adesso la signoria vostra mi fa la cortesia di dare un’occhiata nelle borse per verificare se il contenuto è di suo gradimento, e vorrei vedere se ha qualcosa da obiettare, Hodgson’s Pale Ale di prima qualità, ma quello continua a guardarmi come se stessi parlando in arabo, ha l’occhio vitreo, mi vede e non mi vede, come se si trovasse da qualche altra parte, insisto a spiegargli, va’ a vedere che è un po’ suonato e che le cose nella zucca bisogna fargliele entrare con la forza, gli dico che dalla Murray abbiamo pranzato insieme e che dopo ci siamo gustati tre o quattro bicchierini di cherry buono e che lui è stato così gentile da voler pagare per entrambi, ma per quanta buona volontà ci metta non mi riesce di levargli dalla faccia quel velo di ottusità che per la miseria mi viene quasi voglia di prenderlo a calci, non so nemmeno io come faccio a trattenermi, lui proprio non si rende conto, dovete perdonarmi, buonuomo..., comincia a balbettare, proprio non mi rammento di voi..., affermate che eravamo seduti l’uno di fronte all’altro in una taverna..., non molto tempo fa..., scusate, la testa..., mi duole se mi sforzo..., che gran confusione..., e in poche parole dopo questa snervante tiritera di frasi smozzicate e un ulteriore tira e molla con il sottoscritto che ricomincia da capo e inoltre prova a convincerlo che va bene, mettiamo pure che non si ricorda di me, però se la merce gli interessa può comprarla lo stesso, lasciamo perdere il passato, ma quello che nemmeno le cannonate sarebbero riuscite a farlo rinsavire, alla fine lo vedo improvvisamente indietreggiare di qualche passo e dopo un rapido cenno con la testa che non si capisce bene se mi sta salutando o gli è venuto un colpo di sonno mi sbatte la porta in faccia e buonanotte al secchio.
Ebbene, il seguito della storia la conoscete tutti: quel pomeriggio di metà Ottobre del 1797 il signor Coleridge non è più riuscito a completare la poesia che aveva iniziato a scrivere prima che io e il mio cavallo arrivassimo a Culbone con dodici bottiglie di ottima birra sulla groppa. Dice che l’aveva sognata parola per parola mentre schiacciava il suo pisolino pomeridiano, o più che altro essendo crollato come un sasso dopo essersi messo in corpo un bel po’ di oppio perché evidentemente così si usa fra gentiluomini quando si sentono indisposti.
Detto fra noi, è chiaro che l’oppio ce l’aveva ancora abbondantemente in circolazione quando me lo sono trovato di fronte, basta pensare a quel suo modo di fare da scimunito patentato e il fatto che la memoria era andata a farsi benedire.
Molti anni dopo, anche se rimasta incompiuta, il signor Coleridge ha pensato bene di pubblicarla lo stesso quella poesia, e nella prefazione ha raccontato che non appena svegliatosi aveva cominciato a trascrivere su carta i duecento e passa versi che gli erano apparsi in sogno, ma che poi era stato “malauguratamente interrotto da una persona venuta per affari da Porlock”, dopodiché, presa di nuovo la penna in mano, non era stato più in grado di ricordare nemmeno una virgola.
Quella persona sono io, il rompiscatole per antonomasia, la pietra angolare dei seccatori, il nemico dell’arte, colui che più di ogni altro nella storia della letteratura meriterebbe d’essere impiccato, poi annegato e infine squartato (come ha gentilmente scritto un tizio che se mi capitasse fra le mani, porco mondo, saprei io come fargli cambiare idea).
La poesia di chiama Kubla Khan, e dicono che sia una roba sopraffina anche se ne resta soltanto un frammento, figuriamoci se fosse stata completata.
Sta bene, non è il mio pane e perciò non mi metto a discutere il giudizio di chi certamente ne capisce più di me. Resta il fatto che tutti si rammaricano per quello che è andato perduto, dicono povero Coleridge povere muse che sono state imbavagliate sul più bello da un disgraziato guastafeste che proprio non poteva fare a meno di venire a rompere le uova nel paniere e soprattutto poveri noi che la persona da Porlock ci ha privati di un capolavoro, sia maledetto lui e tutta la sua progenie.
Però nessuno prova un po’ di compassione per questo povero cristo che s’è fatto venire le piaghe al deretano cavalcando avanti e indietro, che come un allocco ci ha rimesso un sacco di soldi e che la Hodgson’s alla fine se l’è dovuta bere lui, e che insomma che diavolo ne poteva sapere che al signor Coleridge l’ispirazione gli sarebbe venuta proprio quel pomeriggio? Nemmeno mi fosse stato detto mi raccomando buonuomo, fatemi la santa cortesia di non presentarvi a quest’ora perché ho intenzione di lavorare a certi versi che a occhio e croce diventeranno immortali.
Gran bella cosa la poesia per chi se la può permettere, ma ci sono pure quelli che devono farsi in quattro per mettere il piatto in tavola, non sarà mica una colpa. Se ripenso a tutto il tempo che ho sprecato, al catarro che mi sono preso, alla fatica inutile e soprattutto a quel verme usuraio nato da una bagascia di Barrett, possa crepare mille volte, che si è intascato i miei quattrini, allora sapeste quanto me ne importa dei prati verdeggianti delle fontane zampillanti delle rocce danzanti e di tutti i santi e le madonne che si trovano nel palazzo costruito a Xanadu.

Alessandro Abbate © 2021

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