Alessandro Abbate
La fabbrica dell’invenzione
“Qualsiasi spunto può risultare adatto ad avviare la concatenazione degli eventi da raccontare, il caso e l’ispirazione accidentale regolano le mie scelte, nulla è vietato e per ogni cosa è possibile trovare un posto. Come una spugna, assorbo suggerimenti e suggestioni da qualsiasi parte provengano – un semplice ricordo, un pensiero peregrino, un’immagine che immotivatamente prende forma davanti ai miei occhi – li trasferisco sulla pagina senza preoccupazione alcuna di giungere a un disegno coerente, sviluppandoli con il solo ausilio dell’improvvisazione, lasciandomi guidare come sotto dettatura. In tutto questo, malgrado la natura contingente dell’atto creativo, coltivo la speranza di esprimere una segreta verità che mi riguarda nel profondo, e che diversamente non sarei in grado di comunicare. Naturalmente, caro signore, l’esito di tale operazione è del tutto imprevedibile. Mettere insieme, nella stessa narrazione, elementi così disparati che difficilmente se ne può giustificare il nesso - crisi coniugali e salite in ascensori di edifici che si sgretolano piano dopo piano, tentazioni di vecchie fiamme rutile e reminiscenze di pomeriggi di infanzia fatti di giostre e caroselli, decrepiti guardiani di biblioteche universali e incontri con falsi genitori ai margini di giungle equatoriali – ebbene, lei certo capirà come di un tale pot-pourri spesso non resti altro, di significativo, se non l’occasione di avere esplorato gli angoli più oscuri, lo sconcertante disordine, il chiasso incessante, i labirintici percorsi, le stanze inaccessibili, e tutto quanto ancora è dato di trovare all’interno della fabbrica dell’invenzione”.
Che caso disgraziato, il mio. Deve esserci in me qualche profonda inibizione che mi impedisce di essere sincero, una sciagurata inclinazione a svicolare, a rifiutare la realtà, a cedere piuttosto alle lusinghe di una fantasia fine a se stessa, come se fosse un gioco, lasciando inespresso ciò che viceversa meriterebbe di essere raccontato.
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