MECCANISMI
Ho bisogno di aiuto, poiché non so decidermi: devo dirle che non è ciò che lei crede di essere?
Fino a poco tempo fa l’idea di farle una simile rivelazione nemmeno mi sfiorava. Adesso invece il dilemma mi assilla, una decisione s’impone, e io non so come sciogliere questo dubbio.
L’ho comprata più di cinque anni fa, per un capriccio del momento, senza riflettere bene su che cosa ne avrei fatto di lei. Non mi serviva a niente. Non ero in cerca di una serva, di un’amante o di una moglie, come fanno in parecchi invece, soprattutto dopo una certa età.
Pur non riconoscendolo apertamente, credo addirittura che dentro di me covasse l’intenzione di non tenerla a lungo, di trascorrere un po’ di tempo con lei, curioso di vedere che piega avrebbero preso i nostri rapporti, e infine di sbarazzarmene. Naturalmente, essendo poco più che un bene di consumo, non mi ponevo alcuno scrupolo morale nei suoi confronti. Né mi frenava l’idea di gettare in questo modo un bel po’ di denaro, dal momento che me la passo bene e posso permettermi simili colpi di testa.
Quando spedii l’ordine di acquisto, ricordo che non potei fare a meno di richiedere un esemplare che fosse giovane e piacente. Fu una frivolezza che mi è costata cara: dubito che le avrei concesso poco alla volta la possibilità di diventare così importante per me, al punto di ritenerla indispensabile alla mia felicità, se non l’avessi trovata attraente sin dal primo istante in cui l’ho vista. Del resto, si trattò di una scelta coerente col mio carattere, poiché io sono un individuo frivolo, nel senso che spesso mi lascio condizionare dalle apparenze, e il lato estetico delle persone e delle cose guidano in modo quasi categorico le mie opinioni e i miei comportamenti.
Evitai tuttavia di fornire all’azienda produttrice dettagli troppo particolareggiati sulle sembianze che desideravo avesse, né mi preoccupai di soffermarmi su questioni concernenti la sua personalità, che mi sembravano del tutto irrilevanti. Ci sono coloro che prima di comprare un modello si assicurano che questo sia psicologicamente ben determinato; richiedono una precisa programmazione del lessico, attitudini prestabilite, vezzi e manie con i quali colmare le proprie frustrazioni.
Al contrario, io volevo semplicemente mettermi una sconosciuta in casa; volevo le difficoltà e gli stimoli dell’imprevisto. Ero annoiato dell’esistenza che conducevo, tutto qui, e mi serviva un diversivo.
Non ero in casa il giorno in cui mi fu recapitata. La trovai ad aspettarmi nel tardo pomeriggio sotto il patio, seduta su uno scalino a godersi la vista del tramonto nella frescura dolce della primavera inoltrata. Aveva ingannato l’attesa raccogliendo fiori dal giardino e nella lettura. Un mazzo graziosamente assortito di gerbere e peonie era poggiato sulle pagine aperte di un volume accanto a lei. L’immagine era troppo poetica per non farmi pensare che quel libro contenesse rime.
Poco più distante notai la presenza di una valigia, rammentandomi solo in quel momento di avere incautamente richiesto che il modello mi fosse consegnato con un po’ di corredo. Mi domandai se i gusti dell’azienda in fatto di abbigliamento fossero compatibili con la mia propensione alla ricercatezza; dal vestito di sapore campestre e dai sandali che indossava ebbi l’impressione che avrei dovuto rifarle il guardaroba da capo.
Nel vedermi, si mise lentamente in piedi, e poi mi venne incontro sorridendo. Mi disse che non ero cambiato molto dall’ultima volta che c’eravamo incontrati, qualche anno fa, e che le aveva fatto piacere ricevere il mio inatteso invito a stare un po’ di tempo insieme. La sua voce era profonda, più grave di quanto generalmente in una donna, il che non mi dispiacque: mi fece immaginare il sensuale connubio di una mente speculativa e un cuore appassionato.
Mi abbracciò con il candido trasporto di un’amica affezionata, se non proprio di una sorella. Io sentii il turgore del suo seno contro il mio petto e ne fui turbato, poiché mi accorsi che avrei dovuto forse lottare più tenacemente di quanto avessi previsto contro la tentazione di farne oggetto della mia lussuria, riducendo il tutto al desolante appagamento di un amplesso su ordinazione.
Aprii la porta e la invitai a entrare, occupandomi del suo bagaglio. Le feci fare un rapido giro della casa, per approdare infine alla stanza degli ospiti al secondo piano dove avevo pensato di alloggiarla, e che nei giorni precedenti avevo cercato di rendere il più accogliente possibile, equipaggiandola di tutte le comodità che m’erano sembrate indispensabili per una donna.
«Non è proprio una reggia» commentò tra il serio e il faceto, esagerando una smorfia di sufficienza, «ma suppongo che ci starò bene lo stesso». Quel fare sarcastico mi lasciò interdetto per qualche istante, poiché tradiva una confidenza da parte sua che non potevo ricambiare, a meno che non simulassi. Ne fui quasi contrariato, sentendomi in una posizione di svantaggio.
Tornati al piano terra ed entrati in cucina le domandai se avesse appetito. «Scherzi? Sto morendo di fame!» mi rispose, e senza imbarazzo alcuno si precipitò ad aprire il frigorifero alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, seguitando a comportarsi come se esistesse fra di noi una dimestichezza di lunga data.
Preparai al volo uno spuntino con quello che mi ritrovavo in casa; mentre lei, guidata dalle mie istruzioni, muovendosi allegramente fra sportelli e cassetti si occupò di apparecchiare la tavola e di stappare una bottiglia di vino. Facemmo tintinnare i calici per celebrare la nostra immaginaria rimpatriata. La osservai con divertita curiosità mentre divorava quello che presumibilmente era il primo pasto della sua esistenza.
A tavola la scorrevolezza della nostra conversazione richiese non poco impegno da parte mia, dal momento che mi sembrava di procedere come un equilibrista sul filo. Che cosa sapeva, lei, di me? Nulla, evidentemente, giacché non mi ero preoccupato di dare alcuna informazione sul mio conto ai suoi costruttori. Né io avevo la benché minima idea di chi fosse la donna con cui stavo cenando. Non disponevamo di esperienze o memorie in comune, eppure parlavamo senza interruzione, come se avessimo molte cose da dirci. Limitandomi a seguire il corso dei suoi pensieri artificiali, assecondavo gli spunti che di volta in volta originavano dalla sua mente sintetica. Lei suggeriva, introduceva gli argomenti, faceva riferimento a episodi che avrei dovuto rammentare, poiché ne parlava come se li avessimo vissuti assieme.
Tuttavia, sebbene affascinato dal perfetto funzionamento della macchina che avevo di fronte, non senza un pizzico di delusione sentii come se stessimo recitando un copione: molto ben scritto, certo, articolato al punto giusto, vivace, mai banale, a tratti divertente, ma in fondo privo di significato. Chiunque quella sera avrebbe potuto prendere il nostro posto e pronunciare le stesse parole; la commedia avrebbe funzionato ugualmente con attori diversi.
La frustrante impressione che ne ricavai fu quella di sfiorare appena la superficie di un mare invitante, di scivolare a pelo d’acqua senza potermi immergere. Il disagio che infine mi rimase addosso, dopo averle augurato la buona notte, potrei paragonarlo a quello della pelle bruciata sotto il solleone. Mi coricai col desiderio di tuffarmi in quello specchio d’acqua. Forse già meditavo di affogarvi.
Neuroni e sinapsi da un lato; codici binari e circuiti positronici dall’altro. Tutto sommato, che differenza fa? In ogni caso è un flusso di corrente elettrica che genera i pensieri, traduce idee in azioni, permette i movimenti, regola i modi di un carattere. L’ingegneria informatica ha ormai da tempo raggiunto un tale livello di perfezione nel simulare la natura umana da poter ambire al rango di divinità.
Simile a una donna in carne e ossa, lei era imprevedibile nelle reazioni, sorprendente nelle scelte, elusiva nel manifestarsi. Furono queste le corde che intrecciarono la rete dell’infatuazione in cui io caddi, ma più probabilmente mi lasciai cadere.
Era un meraviglioso mistero per me, e ne subivo irrimediabilmente il fascino squisito, avvinto giorno dopo giorno da una curiosità nei suoi confronti che non mi dava tregua, e che non era più soltanto quella balorda e presuntuosa con la quale m’ero augurato di svagarmi al momento dell’acquisto. Desideravo avvicinarmi a lei in una maniera che fosse genuina, conoscerla fino al punto di scoprire in lei qualcosa che non si potesse esprimere per mezzo di una formula matematica. Nell’avvenenza delle sue forme, che a tratti mi travolgeva, cercavo le tracce di una bellezza ulteriore, nascosta fra le pieghe dei suoi silenzi assorti, durante i quali mi sembrava come se si rifugiasse in un mondo interiore, scivolando in uno stato di beata sospensione, e dal quale riemergeva ogni volta con una luce sul volto che quasi mi abbagliava; oppure in un sorriso tenue e prolungato che mi rivolgeva senza motivo, stringendomi sempre più forte al laccio della sua sfuggevolezza.
Non mi turbava il fatto di essere consapevole che il mio campo di indagine fosse nient’altro che un intrico di cavi semiconduttori e di transistor. Avevo un voluminoso libretto di istruzioni straripante di diagrammi tecnici che mi spiegavano con dovizia di dettagli com’era fatta e in che modo funzionava; ma fra tutte quelle pagine non si trovava una sola parola che potesse indirizzarmi verso l’oggetto della mia ricerca, essendo questo forse inesistente, anche se per me ossessivo. Più mi restava accanto, infatti, più nutrivo l’illusione che lo spirito potesse albergare da qualche parte in un microprocessore.
Quella profonda familiarità fra due persone che di solito mette radici molto lentamente nel terreno accidentato della vita condivisa, della frequentazione assidua, fra dolori e gioie, impeti e delusioni, attraverso l’estenuante trafila di incomprensioni, dissapori, pentimenti, pacificazioni e tutto quanto appresso, era invece fiorita e giunta a piena maturazione fra di noi, senza fatica né consapevolezza alcuna da parte di entrambi, nel breve tempo necessario ai suoi programmatori per registrare nei suoi circuiti neurali una lista di algoritmi e stringhe di linguaggio informatico.
In assenza di notizie sull’individuo a cui era destinata (che volontariamente non avevo fornito), sembrava infatti che gli ingegneri si fossero comunque presi la briga di impiantarle un disco rigido su cui era stata trascritta una versione ipotetica della mia persona, forse allo scopo di facilitare la nostra socializzazione. Ma quei signori con troppo zelo e troppa fantasia avevano ecceduto nella premura di non farla sentire in presenza di un estraneo. Davvero poco somigliavo all’individuo meticolosamente registrato nella banca dati della sua memoria artificiale. Lei era più che certa di conoscermi bene, di sapere chi fossi e come la pensassi praticamente su ogni cosa; ma dal mio punto di vista, però, era come ritrovarmi tutti i giorni di fronte a uno specchio deformante. Si dava per scontato che preferissi trascorrere le mie ore libere in una maniera anziché un’altra; che le mie idee sul mondo e i suoi abitanti prendessero inevitabilmente una certa direzione; che gli affetti fossero per me di gran lunga più importanti del denaro, per esempio, e via di seguito fino alle inezie: (“Cosa poltrisci fino a tardi la mattina?” mi chiedeva, “Non capisco: ti sei sempre alzato di buon’ora”. “Confessa, mi stai prendendo in giro” protestava.“Da quando in qua questo fervore salutista? Coraggio, dammi da accendere!”).
Dovetti riconoscere che con troppa leggerezza, al momento dell’acquisto, avevo scelto di limitare al numero della carta di credito e al domicilio le uniche informazioni sul mio conto; e adesso era troppo tardi per porvi rimedio. A meno che non avessi deciso di rispedirla in fabbrica e di richiedere una nuova programmazione. Ma inorridivo alla sola idea di disattivarla, di separarmi da lei e di immaginarla sotto i ferri col cranio aperto in due come un uovo di Pasqua.
Sperai allora di poter riparare da solo al problema, cercando poco alla volta farle capire che non corrispondevo all’immagine che le avevano inserito nel cervello. Ma per quanta buona volontà ci mettessi, con tutta la pazienza e i numerosi esempi che le sottoponevo, era nient’altro che una perdita di tempo.
Malgrado fosse una macchina perfettamente in grado di apprendere dall’esperienza e di elaborare una quantità pressoché infinita di nuove informazioni, quando si trattava del sottoscritto i suoi schemi cognitivi non ammettevano riformulazioni. Anche soltanto convincerla di sciocchezze senza nessuna importanza (come il fatto che il verde non fosse il mio colore preferito, tanto per dirne una) si dimostrò un’impresa impossibile.
Sebbene protestasse sempre con dolcezza e senza mai diventare arrogante, non sopportava di sentirsi dire d’essere in errore. Sfoggiava una caparbietà infantile, quasi una cocciutaggine da mulo, che mi impediva di proseguire nei miei sforzi correttivi. Metteva facilmente il broncio, si adombrava se le rimproveravo d’essere a volte troppo frettolosa nei giudizi. Come una bambina, per delle cose da nulla cominciava a piangere, e allora mi toccava consolarla, mentre uno strano senso di colpa svigoriva la mia risolutezza, poiché mi accorgevo che l’insistenza con cui cercavo di emendare tutte quelle inesattezze sulla mia persona dalle quali non riusciva a prescindere la faceva soffrire, quasi la spaventava, come se crudelmente mi proponessi di toglierle la terra da sotto i piedi e di farla precipitare in un baratro di confusione.
Da ultimo, piuttosto che perseverare in quei miei futili tentativi, abbandonai ogni speranza di chiarire l’equivoco e finii con l’adeguarmi a lei, a cambiare poco alla volta le mie abitudini, le mie idee, il mio modo di agire e tutto il resto, adattandomi a diventare ciò che lei pensava io fossi. La mia sveglia prese a suonare alle prime luci dell’alba. Cominciai a fumare. Deformai me stesso pur di ritrovarmi in quello specchio da cui non riuscivo a staccare gli occhi.
Avevo creduto che sarebbe stata poco più di un trastullo. Invece mi sono occupato di lei con tale dedizione da non poterne più fare a meno. Ha colmato tutti quei vuoti della mia esistenza di cui non ero nemmeno a conoscenza. É diventata il cardine intorno al quale girano le mie giornate, allegre e vorticosamente, come in un carosello.
Volevo tuttavia che anche lei avesse una vita sua, piena e soddisfacente, degna d’essere vissuta. Era una macchina, ma non lo era per me; il motivo per cui apriva gli occhi la mattina non doveva limitarsi all’essermi utile, comoda, diciamo pure indispensabile. Come potevo esserle grato per la felicità che mi donava e allo stesso tempo considerarla alla stregua della mia automobile?
Le ho permesso dunque di avere sogni e desideri, di fare progetti, di inseguire traguardi. Di più: l’ho incoraggiata, l’ho aiutata, le ho messo a disposizione tutto quanto potessi offrirle, mezzi, denaro e tempo, senza risparmiarmi.
Di tanto in tanto un timore frenava questi miei slanci di generosità: era l’idea che nella progressiva indipendenza e maturazione che mi auguravo di farle raggiungere ella si allontanasse da me; che nell’imprevedibile sviluppo delle cose le nostre strade iniziassero a divergere fino a farci perdere.
Del resto lei non sapeva di appartenermi; mi ripetevo quindi che, fin tanto che restava con me, restava per una sua libera scelta. Me ne convinsi, infine, ma con la sorprendente conseguenza di trasformare quel timore in un sospetto non meno terribile, ovvero che nella sua programmazione agisse un vincolo perpetuo che la legava a me, al suo proprietario, a colui che aveva pagato profumatamente il conto della sua venuta al mondo.
Quando finalmente mi risolsi a dirle che l’amavo, confesso che un po’ di esitazione, un attimo di dubbio da parte sua, non mi sarebbe dispiaciuto. Certo sarei crollato di fronte a un suo rifiuto di convolare a nozze, all’ammissione desolata ma sincera di non ricambiare i miei sentimenti; eppure, se mi avesse chiesto un po’ di tempo per pensarci gliel’avrei concesso volentieri, senza farne un dramma, poiché in quel modo avrei potuto allontanare da me, una volta per tutte, l’odiosa ipotesi che la sua risposta fosse condizionata da un comando elettronico mentre mi gettava le braccia al collo dicendomi fra un bacio e l’altro che non vedeva l’ora di diventare mia moglie.
Il suo corpo di donna mi ha regalato delizie che non oso descrivere. Mi sono abbandonato ai voluttuosi affanni del suo respiro, all’accogliente morbidezza della sua carne, agli spasmi febbrili, agli abbracci madidi, agli urli soffocati del piacere. L’artificio della sua femminilità è talmente perfetto che ho finito col dimenticare che faccio l’amore con una macchina.
In questi anni il confine tra biologico e artificiale è come svaporato definitivamente. Del resto, capita che anche lei si ammali: un ingegnoso sistema di circuiti secondari si attiva all’improvviso, simulando l’azione imprevedibile di un virus, e allora tossisce, la sua temperatura sale, lamenta dolori in tutto il corpo. Inoltre i suoi capelli e le sue unghie crescono regolarmente, e bisogna accorciarli. Un liquido rosso, dal forte odore ferroso, le scorre sulla pelle se si procura un taglio profondo. Se non si nutre si indebolisce, se non si copre abbastanza ha freddo. Le sue cellule sintetiche poco alla volta invecchiano, poiché non è stata costruita per essere immortale. Non c’è nessuna funzione organica che i suoi complessi dispositivi interni e la sua struttura meccanica non siano in grado di replicare.
Tranne la riproduzione. Ha cominciato per scherzo, ha sondato il mio pensiero sull’argomento con prudenza, ha poi cercato di contagiarmi con il suo entusiasmo, mi ha sussurrato storie di guance paffutelle e di piedini scalzi, è diventata via via sempre più insistente, e adesso non parla d’altro se non di questo figlio che vorrebbe darmi.
La mia ferma opposizione l’addolora. Mi accusa di non amarla abbastanza; legge nella mia intransigenza l’affievolirsi dell’affetto che provo per lei; mi rimprovera l’ipocrisia di non ammetterlo, oltre alla crudeltà. Dovrei forse dimostrarle l’immutata sincerità dei miei sentimenti con una rivelazione che potrebbe annientarla? L’amo con tutto me stesso, e se si potesse non ci penserei un attimo ad avere un bambino. Tuttavia non possiamo, e non so come fare a spiegarglielo, senza per questo esporla a una verità che ai miei occhi non significa nulla, siamo d’accordo, non fa nessuna differenza, non sposta di una virgola quello che provo per lei, ma di cui temo le disastrose conseguenze.
Per quanto mi riguarda, ho fatto i conti con la rinuncia alla paternità già da molto tempo, e prima ancora di incontrarla. Anche lei sarebbe costretta ad accettare le cose come stanno se le spiegassi la ragione che rende il sacrificio inevitabile. Lei però è così diversa da me, così vulnerabile; finirebbe col non capire, col fraintendere, col disperarsi, infine con l’odiarsi. Dubito che reagirebbe con la stessa relativa indifferenza di cui diedi prova io, quando mi dissero che non ero un essere umano.
ESTRATTO DA
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